Share This Article
Jannik Sinner e Kimi Antonelli: grandi star non solo dello sport, ma icone di una cultura pop globale che parla direttamente alle nuove generazioni. Per i loro coetanei incarnano un ideale irresistibile: sono belli, fighi, ricchi, vincenti e proiettati nell’olimpo del successo.
Incarnano un’etica del lavoro che smentisce, almeno in parte, la narrazione “tossica” della “Gen Z “, pigra e indolente. Il loro atteggiamento non è fatto di arroganza, ma di iper-focus, sobrietà e consapevolezza emotiva. Non si esaltano nelle vittorie e non si scompongono nelle sconfitte: applicano una gestione della pressione da professionisti consumati.
Infatti, oggi viviamo in una società in cui la fatica sembra essere andata irrimediabilmente fuori moda, sostituita dall’illusione della scorciatoia e del successo istantaneo. Ma la storia di questi ragazzi ci insegna che non c’è nulla di magico: la bellezza del loro percorso sta proprio nella capacità di rendere di moda ciò che gli altri evitano, ovvero la noia, la disciplina e la fatica quotidiana.
Quando un giovane atleta o performer raggiunge la vetta del mondo, la narrativa comune tende a soffermarsi sul “miracolo” o sul “predestinato”.
Il pubblico ama la narrazione del “predestinato” perché deresponsabilizza (“Lui ce l’ha fatta perché è baciato da Dio, io no”). Analizzare la quotidianità e l’allenamento di questi ragazzi serve a mostrare che il talento è solo il punto di partenza: ciò che fa la differenza è la capacità di sostenere la routine, la noia e la fatica.
In un contesto sociale che premia spesso la scorciatoia o l’eccesso spettacolare, la disciplina silenziosa e il successo “pulito” generano smarrimento. Il pubblico perdona facilmente il talento maledetto, perché l’autodistruzione consolida l’idea che il successo sia un fardello insopportabile. Fatica invece ad accettare chi vince attraverso il metodo quotidiano, la perseveranza e la stabilità emotiva, perché quel modello toglie al lettore o allo spettatore ogni alibi sul proprio potenziale inespresso.
Da soli mai!
Cosa sarebbero Jannik e Kimi senza la loro rete di supporto?
Troppo spesso assistiamo al fenomeno dei genitori-manager che proiettano i propri desideri insoddisfatti sui figli, trasformando lo sport o l’arte in un incubo di aspettative. Nel caso di Sinner e Antonelli, al contrario, vediamo l’esempio di famiglie capaci di esserci senza soffocare. Genitori che offrono un punto di ancoraggio saldo e valori di sobrietà, lasciando però ai figli lo spazio per sbagliare, crescere e prendersi le proprie responsabilità.
Quando sai che il tuo valore come persona non dipende dal tabellone dei punteggi, la paura di fallire scompare.

Infatti il talento da solo non basta; serve una direzione. L’incontro con figure guida di altissimo livello — pensiamo all’accompagnamento di Toto Wolff per Antonelli o al lavoro del team di Sinner (da Vittur a Piatti, fino a Vagnozzi e Cahill) , ha mostrato cosa significhi fare un vero lavoro di sviluppo e tutela.
I grandi coach e manager non sfruttano la prestazione immediata per accaparrarsi i riflettori. Costruiscono una bolla di protezione, di isolamento emotivo, attorno al giovane, insegnandogli a gestire l’attenzione dei media, a de-drammatizzare l’errore e a concentrarsi esclusivamente su ciò che è sotto il proprio controllo diretto. È una cultura della responsabilità che protegge lo “spazio interiore” dalle interferenze esterne.
Stesso atteggiamento, sport diversi
Dietro la perfezione chirurgica con cui questi ragazzi gestiscono i momenti decisivi c’è una radice comune: sono soli! Non c’è una squadra in campo con cui dividere il peso di un errore, né un compagno a cui passare la palla nei momenti difficili. Sulla poltrona di una monoposto a trecento all’ora o sulla linea di fondo campo ad affrontare un match point, il carico della responsabilità ricade interamente su di te.
Ecco perché, a questi livelli, l’atteggiamento mentale è fondamentale. Il fisico e la tecnica ti portano in alto, ma è la preparazione mentale che ti fa rimanere lì anche quando sei esausto o non vedi vie d’uscita.
La forza di questi giovani campioni non si limita alla motivazione e alla tenacia, ma risiede nella capacità di abitare il “qui e ora”. Quando un errore rischia di trascinarti nel passato o l’ansia del risultato ti proietta nel futuro, il vero campione sa resettare al millesimo di secondo, riportando tutta la propria attenzione all’unico punto dell’unica pallina o alla staccata della curva successiva.

Questa padronanza del sé nel momento presente è la loro corazza. Li isola, li rende impenetrabili all’ansia e alla recriminazione. Mantenendo costante il focus sull’obiettivo: il prossimo punto, la prossima curva!
Che si tratti di impugnare una racchetta, guidare a trecento all’ora o affrontare le nostre sfide di tutti i giorni, l’unica realtà percorribile è la stessa: smettere di aspettare miracoli e iniziare, semplicemente, a lavorare sul prossimo obiettivo!


