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Il nastro girava nell’autoradio di mio padre nel lontano 1988, mentre tornavamo da un “pranzetto di San Giuseppe” passato con i miei compagni di scuola di allora. Avevo ancora l’innocente e pura età di nove anni (ancora da compiere) e una terza elementare da portare a termine. Sulla custodia di quella famosa audiocassetta vi erano tanti nomi di donna, ognuno cantato da un artista maschile, ai quali io applicavo automaticamente i miei personali film mentali: Alice guarda(va) i gatti, Agnese parlava nella sabbia infuocata a chi la seguiva in bicicletta… alle cinque del mattino, Sara andava a scuola in motorino attenta! perché aspetta(va) un bambino (ma se andava ancora a scuola e soprattutto non era sposata?!?). E poi c’era una certa Gianna che, al mio primo ascolto, aveva un coccodrillo PER un dottore.
Nella mia testa di bambino pensavo a un cantante in uno studio medico dopo essersi salvato in extremis (magari fosse stato davvero così!) da un incidente stradale. Ero convinto che, in sala d’attesa, avesse incontrato Gianna Nannini (altra voce artistica in voga in quegli anni) che si era portata con sé un coccodrillo per far spaventare il dottore ed evitare qualche spiacevole sorpresa medinvasiva[1] (a nove anni la iatrofobia comincia a emergere anche nei bambini che ascoltano disincantati[2] le canzoni dei grandi artisti).
Poi è arrivata la letteratura del cuore negli anni giusti delle scuole medie e superiori, durante i quali la musica divenne moventivazione[3] a studiare e soprattutto scegliere quello che sarebbe stato anche il mio percorso universitario e lavorativo. “Letteratura del cuore” vuol dire, per me, approfondire, con la mediazione culturale delle proprie passioni (nel mio caso non si era ancora capito che si trattava della canzone d’autore), le materie preferite come lingue straniere, storia, letteratura e soprattutto geografia. Perché io sono calabrese e Rino Gaetano è[4] mio conterraneo, anche se romano d’adozione. Proprio nel 1996 (in terza liceo scientifico), sulla scia di un’ennesima disillusione sentimentale, ripresi l’ascolto delle sue canzoni trovandovi altre meravigliose storie cantate con acrobazie linguistiche da Uomo del Baule. Sulla straordinaria, breve e tragica parabola artistica di Rino Gaetano si è detto, scritto, cantato e rappresentato moltissimo. Le tribute band sono ovunque, sono stati scritti libri e articoli, in particolare su quella tragica notte del 2 giugno 1981. Per quanto mi riguarda personalmente, dopo quell’ascolto errato e innocente in autoradio, dopo gli “anni giusti” passati ad approfondire anche e soprattutto la sua musica, ho letto anche io testimonianze, articoli, persino due libri di un mio carissimo amico di nome Bruno Mautone, nei quali si cerca di far luce su questa singolare vicenda. Quando, per svariati motivi più o meno culturali, mi capita di andare a Roma, la prima visita è sempre dedicata alla tomba di Rino, nel cimitero del Verano.
E poi, nel 2007, il regista Marco Turco ha girato una fiction dal titolo “Il cielo è sempre più blu” dedicata alla vicenda umana e artistica di Rino Gaetano. Questa scelta ha suscitato interesse, entusiasmo, ma non sono mancate delle critiche feroci da parte della stessa famiglia del cantautore che rimarcava come la versione televisiva avesse esasperato i lati torbidi, la sregolatezza e le scappatelle di Rino, dipingendolo come un personaggio tormentato dallo show business e dai vizi. Anche io ho guardato il film con interesse e, al di là delle critiche e delle chiacchiere, ho cercato di analizzarlo in maniera particolare: partendo da tutti i frammenti in cui Rino interpreta le sue canzoni più o meno note in varie situazioni contingenti. Rino, ancora ragazzo, mostra interesse verso la musica, ma suo padre lo esorta a concentrarsi subito su aspetti più pratici della vita, tipo assicurarsi un solido posto di lavoro… e la prima canzone, che fa da sfondo ai titoli di apertura del film, è appunto Ok papà[5].
Questa prima traccia, per quanto minore, chiarisce subito il contrasto generazionale e il rifiuto di Rino di piegarsi alle convenzioni borghesi. La mia analisi si è concentrata poi sul momento cruciale in cui Rino si presenta in uno studio discografico cantando una ballata intitolata E la vecchia salta con l’asta. Nel sentire versi criptici come “Non valse l’amore di tre cortigiane / Per divietar l’emottoico pianto”, il direttore artistico lo liquida con una frase emblematica: “Tesoro, ci vorrebbe il vocabolario allegato al disco”… mentre l’altro artista, che si presenta con una melensa canzone d’amore, trova il favore dei discografici
È un ribaltamento formidabile: se io a nove anni mi inventavo un dizionario immaginario per dare un senso a quelle canzoni, i “navigati” discografici degli anni ’70 facevano esattamente la stessa cosa, arrendendosi davanti alla sua geniale complessità letteraria e guardandolo male, come probabilmente accadrebbe anche nei talent show di oggi.
Del resto, Rino godeva nel confondere le acque. Poco dopo, il film mostra un altro frammento eccezionale: tra i suoi amici, alcuni dei quali metalmeccanici, Rino recita il testo de L’operaio della Fiat «la 1100». Lì il suo genio viene capito al volo perché parlava con crudo neorealismo della loro vita. Ad ascoltarlo vi è anche Ivano, una sorta di attivista operatore culturale accompagnato da una bellissima ragazza con lunghi capelli neri. Nella platea vuota di un altro studio o locale vi sono solo loro due quando Rino interpreta le prime strofe di Agapito Malteni il ferroviere e la reazione di Ivano è “Alla faccia di Guccini e della sua “Locomotiva” ! Rino, tu sei un genio!” Eppure, fedele al suo spirito di sabotaggio artistico, quando gli viene offerto un piccolo spazio al Folkstudio[6]per cantare un suo pezzo, Rino sale sul palco e spiazza il pubblico con I Love You Maryanna (1973), provocando la reazione interdetta di Ivano e soprattutto di uno spettatore che esclama: “Ma che vuol dire?”[7].
Quella traccia, che si presenta come la prima vera canzone alloglotta del panorama cantautorale italiano, era in realtà un magnifico spartito sonoro. Da adulto e da appassionato[8], analizzando quel testo, ho notato che le frasi nelle varie lingue non cercano un senso compiuto, ma una consistenza fonetica: sono tutte legate da una fitta allitterazione in “N” (Maryanna, la Seine, la cigüeña, Bari-Enna). Persino in quel verso finto tedesco ( o, se volete, “maccheronico”) schweine spanne, che a molti sembrava un concetto filosofico, era una “falsa parola baule” (maiale + spanna) usata come Grammelot teatrale per sbeffeggiare l’esterofilia della musica pop dell’epoca. Inoltre la frase in spagnolo “Tu esperas la cigüeña” significa letteralmente “tu aspetti la cicogna”: ecco il cortocircuito definitivo che si ricongiunge alla mia infanzia: sia la Sara di Venditti sul lato A che la Maryanna di Gaetano parlavano di maternità e sessualità a un bambino che non poteva capire, ma che veniva ipnotizzato da quella reiterazione della lettera “N”.
Questa decostruzione della sessualità ci porta dritti a Sanremo 1978[9]. Il film spinge molto sulla tesi discografica secondo cui Rino portò per la prima volta il sesso all’Ariston con “Gianna”. Da accanito ascoltatore di compilation d’epoca, mi permetto una precisazione storica: la diga del perbenismo era già crollata a Sanremo 1976 con i riferimenti tutt’altro che impliciti di Peppino di Capri, Sandro Giacobbe e degli Albatros; ma se nel ’76 la censura imponeva metafore velate, la vera rivoluzione di Rino nel ’78 fu quella di eliminare ogni ipocrisia borghese, pronunciando a chiare lettere e per la prima volta sul palco che “comincia un mondo […] diverso, ma fatto di sesso”, facendo cantare quella parola a tutta l’Italia di allora.
Rino non tollerava compromessi, né sul sesso né sulla politica. Lo conferma il fatto che (almeno nel film) non ebbe difficoltà a trovare una voce femminile disinibita per il duetto di Sei ottavi, una favola surreale che cela in realtà temi scottanti e (ancora nel ‘77) tabù. Quando la censura Rai gli impose di cambiare la canzone per evitare i nomi scomodi del testo di Nuntereggae più, lui mandò tutti a quel paese rifiutando di salire sul palco di Discomare ‘77[10]…e quando gli imposero di esibirsi in playback con Aida, mise in atto un sabotaggio dadaista indimenticabile: si presentò in accappatoio e cantò volutamente fuori tempo rispetto alla traccia registrata, ridicolizzando la finzione televisiva.
Fu l’inizio della fine, contrassegnata dagli ultimi due album, “Resta vile maschio, dove vai?” e “E io ci sto”, dischi rock e rabbiosi che l’industria rifiutò accusandoli di “non voler dire niente”. Come ho avuto modo di approfondire leggendo i due libri del mio caro amico Bruno Mautone, i testi di Rino – specialmente i brani meno noti – non erano affatto nonsense, ma veri e propri dossier geopolitici scritti in codice per denunciare logge occulte e scandali finanziari. Rino sapeva troppo e forse ha fatto saltare il banco del potere (come canta cripticamente anche in un verso di Ad 4000 DC), rendendo la sua morte prematura un mistero fitto… e non un incidente stradale, al quale in realtà sono rimasti in pochi a credere.
Ed è qui che le tesi d’inchiesta di Mautone si fondono miracolosamente con la scelta più poetica del regista Marco Turco: la decisione di non mostrare l’incidente stradale sulla Via Nomentana. Il film ci risparmia la cronaca nera e le lamiere per consegnarci l’immortalità dell’artista. Rino non muore in quell’auto (e, per un bambino di 9 anni, lui dopo l’incidente è andato veramente dal dottore e vi ha trovato la Nannini); rimane sul palco, in accappatoio, fuori tempo, a urlare la sua verità. Oggi che le audiocassette e persino i CD hanno smesso di girare, capisco che Rino ha convinto tutti noi a riscrivere le sue e le nostre storie. Anche se forse è davvero partito, troppo presto, verso quel cielo che, per noi calabresi e per l’Italia (e non solo) che ancora sa ascoltare e apprezzare la VERA canzone, è sempre più blu.
[1]Parola baule formata dagli aggettivi medica e invasiva (riferiti alla “spiacevole sorpresa”)
[2]Gli errori di ascolto (e di interpretazione) dei bambini vanno sotto il nome di “effetto mondegreen”.
[3]Altra parola baule (movente+motivazione).
[4]Ne parlo sempre e orgogliosamente al presente.
[5] che confluirà come “brano minore” nel disco “Aida” del 1977
[6]Con Venditti che gli presta la sua chitarra… e che ritorna a breve, come a chiudere un importante cerchio.
[7]In compenso, seminascosto dal buio della sala, troviamo lo stesso discografico che lo aveva respinto al provino che, stavolta, accenna un timido e poi più convinto applauso, che diventa poi collettivo. Ecco perché secondo me questa è una scena fondamentale nel film.
[8]Nel frattempo avevo iniziato l’Università e il corso di laurea in Lingue straniere.
[9]In realtà, nel film, quando viene proposto a Rino di partecipare al Festival, lui risponde inizialmente “Sì, ma cosa c’entro io con Sanremo ?”
[10]Altra scena cruciale, come quella relativa all’episodio riportato successivamente.


