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Lo avremo sentito migliaia di volte, guardando i film più amati con Jeremy Irons o Willem Dafoe, dando per scontato che Jeremy parla proprio così, con quella bellissima voce. In realtà c’è tutto un mondo dietro e Mario Cordova, attore di teatro e doppiatore di molti attori famosi, come Richard Gere, rappresenta oggi uno dei maestri della scuola italiana di doppiaggio.
Con la sua particolare voce suadente, Mario si “confessa” ai nostri microfoni, raccontandoci del suo rapporto col cinema e dell’affascinante mondo del doppiaggio. Personaggio eclettico, può sembrare all’inizio apparentemente schivo, per poi rivelarsi generoso e loquace come un fiume in piena, tanto è l’amore per questo mestiere.
Mario, quando hai iniziato a fare il doppiatore e perché?
Ho cominciato nel 1970 facendo la scuola del Teatro Stabile di Genova, poi ho lavorato in teatro e nel ’79 sono arrivato a Roma: per fare questo mestiere bisogna venire qui. C’era la televisione, il cinema, tutto!
Allora non si faceva caso al doppiaggio. Tu andavi al cinema per vedere un film con Richard Gere e c’era questo patto incredibile fra il doppiatore, l’attore e il pubblico: sapevi che il protagonista era americano, ma il fatto che parlasse italiano sembrava la cosa più naturale del mondo.
Anch’io, facendo questo mestiere, a tutto pensavo fuorché al doppiaggio.
Come è avvenuto il primo incontro con la sala d’incisione?
Facevo in radio le commedie radiofoniche; bellissime, perché diventavi regista, costumista e scenografo immaginando tutto. Incontro la moglie di Stefano Satta Flores, un grande attore del tempo, e lei mi disse: «Ma quanto sei bravo Mario, hai mai pensato di fare il doppiaggio? C’è Stefano che sta facendo un film, ti faccio sapere…».
Mi chiamano, vado. Entro per la prima volta in una sala d’incisione e dico: «Scusi, sto cercando Stefano Satta Flores». Il direttore era il famosissimo Mario Maldesi. Schiaccia un pulsante dell’interfono e dice: «Stefano, c’è un tuo amico, un certo Mario Cordova…». E Stefano, che io non avevo mai visto in vita mia, fa: «Ahh Mario!», esce, mi abbraccia e mi porta sottobraccio da Maldesi dicendo: «C’è Mario, questo attore straordinario… dovete ascoltarlo perché è veramente in gambissima».
Faccio questo provino per la parte di un cameriere, sei o sette battute. Alla fine, Maldesi chiede all’assistente: «Ma andava bene il sync? Benissimo! Mario, allora senta: lasci il nome che la paghiamo, rimane nel film». Sono rimasto nel film! È stato grazie a questa presentazione pazzesca che ho cominciato.
La seconda volta che mi hanno chiamato l’ho fatta da protagonista. Una follia! Ma a quei tempi si lavorava con ritmi bassi e c’era il tempo di imparare lavorando.
Ti definisci un “doppi-attore”, perché la scuola di doppiaggio italiana è per tradizione la migliore al mondo, ma nel tuo caso specifico sei anche un attore di teatro e cinema.
Ti confermo che è la migliore, è la verità! Insomma, ogni tanto viene qualcuno dalla Francia o dalla Germania per assistere ai nostri turni di doppiaggio… Siamo veramente bravi! Ma in qualche misura il doppiaggio è nato negli Stati Uniti: quando si passò al cinema parlato, prendevano attori pseudo-italiani nati lì. Arrivavano film con doppiaggi terrificanti, accenti siciliani fuori contesto. Allora Mussolini disse: «Ok, prendiamo questi film ma facciamo una scuola qui in Italia». E si cominciò così.
Quali sono stati i tuoi lavori più significativi?
Ho fatto tanto teatro e cinema, poi molta televisione. Ho fatto un musical con Alessandro Preziosi che si chiamava Datemi tre caravelle al Sistina di Roma. E’ stato molto emozionante!


Nel cinema ricordo Sotto il vestito niente 2 e il film con Antonio Albanese su Cetto La Qualunque, dove facevo la parte dell’invalido. Era una parte buffa, una specie di “Nino Taranto dei poveri”. Pensa che all’anteprima del film a Roma, in mezzo alla folla, non c’è stato uno che mi abbia riconosciuto! È la cosa migliore: vuol dire che sei talmente dentro il personaggio che viene fuori lui e non l’attore.
In televisione la cosa più importante è stata La storia di Anna (1980), con Laura Lattuada. Fu un successo pazzesco, 22 milioni e mezzo di ascoltatori, perché era la prima volta che in RAI si parlava di droga.
Hai parlato di insicurezze agli inizi della carriera…
Sì, ero pieno di insicurezze, su cui poi ho lavorato. pensavo di essere un bluff. Mi dicevo: «Prima o poi lo scopriranno». A un certo punto avevo persino cominciato a bere. Perché sai, agli inizi, quando sei un ragazzetto alle prime esperienze, sei un po’ incosciente e tutti hanno nei tuoi confronti una maggiore attenzione, fai cose importanti e pretendono di più da te. Mi portavo una bottiglietta di whisky in camerino per darmi coraggio, anche se io non bevo. Una volta sbagliai la dose e feci una scena mezzo ubriaco, ma mi andò bene, perchè nel personaggio ci stava: la notte crollai a terra. Lì dissi basta.
Agli inizi ero pieno di insicurezze, pensavo di essere un bluff… Mi dicevo: prima o poi lo scopriranno, prima o poi lo scopriranno…
Quindi, per alcuni anni ho fatto solo doppiaggio. In 40 anni ho interpretato migliaia di personaggi in turni di tre ore, tre volte al giorno: alle nove del mattino sei uno sceriffo del Kentucky, all’una sei Gatto Silvestro, alle 16:30 un pedofilo di Berlino. Entri in epoche diverse, dal Medioevo a Guerre Stellari. È un mestiere di grande fascino.
Con quale criterio viene assegnato un doppiatore?
Diciamo che mediamente ti arriva già fatto. Sei diventato la sua voce, come con Richard Gere. L’assegnazione è diretta perché la voce è una parte del corpo. Io sono innanzitutto un ascoltatore: quando cambiano la voce di un attore che amo, ci rimango male. Mi dico, ma che cazzo! Ma come, chi è questo? Insomma, Pensa a cosa è successo quando morirono Oreste Lionello (voce di Woody Allen) o Carletto Romano (Jerry Lewis): furono tragedie.
Come direttore di doppiaggio, scelgo in base all’età vocale (che spesso non coincide con quella anagrafica) ma soprattutto sul “cuore”. Il compito è restituire le emozioni e il carattere. Io faccio Richard Gere perché la mia vocalità esprime leadership e fascino. La scelta cade sul collega in grado di restituire l’emotività originale.
Ci sono stati doppiatori che all’età di 25 anni doppiavano gli attori anziani… c’era una famosa doppiatrice che aveva una voce da anziana, si chiama Vanda Tettoni e a venticinque anni faceva le “vecchiette”… L’età vocale cosiddetta e l’età anagrafica spesso non c’entrano. Così come c’era un grandissimo doppiatore del passato che all’età di sessant’anni faceva ancora i venticinque / trentenni, perché aveva una voce giovanissima.
Comunque, mediamente l’età vocale e l’età anagrafica corrispondono.
Ecco, tanto per intenderci, io faccio Richard Gere perché ho una vocalità che al di là del fatto che sia più o meno una voce da fighetta, esprime una forza, una leadership appunto, un fascino, eccetera.
Qual è stato l’attore tra quelli da te doppiati che si è rivelato più impegnativo?
Il più facile è Richard Gere: apro bocca e sono lui. Gli attori difficili sono quelli lontani dalle mie caratteristiche. Jeremy Irons, ad esempio, è complicato perché è molto “British”. Non puoi imitarlo pedissequamente, devi trasformare in verità quegli strusciamenti classici inglesi.
L’attore bravo ti emoziona, ti dà subito la precisione, l’intensità che tu devi mettere e quindi ti suggerisce molto.
Ma doppiare un attore bravo è più semplice che doppiare un “cane”, perché il bravo ti suggerisce l’intensità. Ricordo con affetto le caratterizzazioni: Mister Bean in Quattro matrimoni e un funerale o Egon in Ghostbusters. Anche Willem Dafoe è difficilissimo, devo nasalizzare la voce, è emotivamente lontano da me mille miglia, ma a quanto pare riesco a farlo e la gente vuole me.
Molti attori sono grati ai nostri doppiatori per aver contribuito, con la loro professionalità a raggiungere il successo in Italia. Ti è mai capitato di incontrarli di persona?
Incontrai Jeremy Irons all’anteprima di Lolita. Mi parlò in inglese e io non capivo un cazzo (il mio inglese fa, non schifo, di più!), lui se ne accorse, mi sorrise e mi disse in spagnolo: «Por favor, siempre tu!» È stata una delle cose più belle della mia vita. Poi arrivò un fax in cui lui chiese a un direttore di una televisione che aveva una casa di distribuzione, di mettere me per doppiare un suo film…

L’anno scorso ho conosciuto Richard Gere al Festival di Venezia per una masterclass. È una persona fantastica, seria, impegnata. Davanti a ottocento persone ha detto: «Quando vengo in Italia sento un affetto che non sento altrove, e sono convinto di dover dire grazie anche a te!». È stato emozionante, perchè lo doppio da quarant’anni, conosco ogni suo tic, come strizza gli occhi.
Quando vengo in Italia sento da parte del pubblico un affetto che non sento nelle altre nazioni e sono convinto che di questo debba dire grazie anche a te!
Richard Gere
Doppiare è una simbiosi: devi entrare in quel corpo, in quel cuore e in quella testa.
Corpo, cuore e testa. Doppiare vuol dire tutte queste cose.
Come fai a diventare un tutt’uno con il personaggio?
La prima cosa è di immaginare di essere nel posto dove avviene la scena, perché noi lavoriamo in una sala di doppiaggio buia. Dove c’è un silenzio che non esiste in natura, tutto imbottito perché ovviamente non ci devono essere rumori e un silenzio, anche quello che non esiste in natura e mentre magari la scena è in uno stadio, in una discoteca… e poi, è fermo? è sdraiato? è in piedi? Si muove? cammina? corre? Secondo il movimento del corpo, tu devi cambiare il modo di impostarti. La voce cambia e poi, magari mentre sta parlando, lui a un certo punto ha uno scatto di nervi, ecco lo scatto di nervi e vedi il corpo che ha una vibrazione e tu devi dare quella vibrazione al corpo, quindi è entrare nel corpo che determina l’emissione e tutto quanto il resto. Guardare gli occhi, perché gli occhi sono lo specchio dell’anima, quindi la verità; perché le parole di per sé non vogliono dire niente. Quindi, le parole che dici sono tutte relative e sono gli occhi e l’intonazione che danno valenza a quello che dici.
Hai scritto il tuo primo romanzo “Gli uccelli non hanno vertigini”. Com’è nata l’esigenza di scrivere?
Era un sogno che avevo da tanti anni. Nel 2004 mi ero preso un anno sabbatico dopo una separazione dolorosa. Ho detto “che faccio per uno che lavorava come un pazzo fino a quel momento?” Voglio scrivere un libro. Voglio provare a scrivere. Era un desiderio che avevo da tempo e quindi ho partecipato ad un corso di scrittura creativa. Poi, è successo che una mia amica, la nipote di Federico Fellini, lesse i miei testi, erano dei racconti brevi, poesie, pezzi di testo, cose che non avevano ne capo ne coda… e li mandò all’editore Guaraldi. Mi ritrovai con un libro pubblicato quasi per caso, ma l’editore mi telefonò e disse: «…accetti il consiglio di uno che fa l’editore da quarant’anni, continui a scrivere.». Dopo di che ho ricominciato a lavorare e la cosa è finita lì.
La pandemia poi ha rifermato “la macchina da guerra” che sono professionalmente e mi ha fatto capire quanto mi piacesse scrivere. E così l’ho rifatto!
Ho scritto questo libro, questo mio figlio cartaceo che mi ha dato tante soddisfazioni, ha vinto tre premi letterari, è stato molto apprezzato, ha venduto tanto…

Scrivere ti fa scoprire una ricchezza interiore incredibile. Ricordi dettagli minimi, come un’ombra sul viso di una donna vista per tre secondi in un ristorante anni prima. Quando entri nel “flusso”, quando tu riesci a vincere la battaglia contro il giudizio che dai dello schifo che hai scritto… Vai avanti, riesci a superare e dici: «non importa, lo butterò, ma vado avanti…» e dopo un po’, dopo un’oretta di questo, rimani dentro la tua storia e succede questa cosa miracolosa e scrivi sotto dettatura, è un orgasmo che dura minuti.
Ho ricordato cose che non ricordavo più e questo ci sta, ma ho capito di aver vissuto e fatto e sentito e provato e visto cose che io non sapevo nemmeno di avere visto, sentito e provato.
Quanto c’è della tua esperienza di vita nel libro?
C’è un sacco di roba. Scrivo storie che riguardano l’animo umano e quindi la mia esperienza di vita. Gli uccelli non hanno vertigini parla di un abbandono, un tema che conosco bene, un ragazzo di trent’anni che non riesce a superare l’abbandono del padre che ha lasciato la famiglia e quando è lui ad essere lasciato dalla moglie che adora… impazzisce… fino a pensare di ucciderla…,. anche se io, nella vita reale, nonostante fossi esperto di abbandoni, non ho mai pensato alla violenza che il protagonista medita.
In un romanzo, quando entri nel “flusso”, a un certo punto comanda lui.
Però quando ho cominciato a scriverlo, pensavo che avrei scritto più cose di me, invece succede che una volta che hai stabilito più o meno una traccia molto vaga, a un certo punto quel binario entro il quale la storia va avanti, poi prende il controllo, comanda lei. È come un figlio: cresce e prende la sua strada, nonostante i progetti che avevi fatto su di lui.
Avevo scritto una scena in cui il protagonista scopre che nel rapporto tra il padre e la madre, non era stato il padre a far soffrire sua madre, come aveva sempre sentito dire, ma l’esatto contrario, e quindi aveva deciso di andare dalla madre per “farla a pezzi” verbalmente, ma mentre scrivevo, la narrazione mi ha preso per mano e mi ha portato su binari completamente diversi. Ed era giusto così.

Bene, dopo questa intervista, siamo sicuri che tutti i film che vedrete, tutte le serie TV, non saranno più le stesse, perchè nella voce di Richard Gere o Steve Martin o tanti altri, riconoscerete Mario Cordova che con la sua voce avvolgente e la sua grande professionalità, vi farà percepire questi grandi attori come vostri amici cari. Grazie Mario!


