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Viaggio nella canzone cantautoriale italiana, racconto breve di Andrea Pesce
Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole…”
Questo verso della canzone di Francesco De Gregori (Alice) è di per sé, affascinante e notevole e si adatta perfettamente ad aprire una canzone che ha per titolo un nome femminile. Un nome di tre sillabe con l’accento che cade su quella centrale… sono questi i nomi più frequenti nelle canzoni, per comodità metrica (ma non solo).
Per un bambino che ascolta per la prima volta questa canzone all’età di dieci anni, in un’autoradio a cassette (bei tempi !) mentre torna dal “Pranzetto di San Giuseppe” dopo una giornata memorabile trascorsa insieme alle sue compagne di quarta elementare tra le quali vi è quella per cui lui prova (per la prima volta nella sua vita) un segreto sentimento, non è certo la metrica il punto centrale (tra l’altro, in quarta elementare nessun programma di lingua e letteratura prevede lo studio della metrica… forse neanche ancora la letteratura), quanto piuttosto il testo e (in secondo luogo, ma non per questo meno importante) la melodia.
L’audiocassetta in questione è una raccolta delle più famose canzoni d’autore italiane dedicate alle donne e l’ascolto verrà sicuramente approfondito negli anni a venire, allargando il discorso ad altre dello stesso autore e di altri (la famosa “letteratura del cuore”).
Adesso però concentriamoci su questa e sulla situazione del primo ascolto (e da qui prendo la parola in prima persona): “…il mondo sta girando senza fretta” riporta a delle nozioni di geo-astronomia che in quarta elementare vengono appena accennate.
Però io ho avuto una maestra molto preparata (che Dio la abbia in gloria) e, al di là delle (poche ma, onestamente, meritate) bacchettate che mi ha dato (ammetto di non essere mai stato un santo), devo dire che mi ha insegnato delle cose molto interessanti e in maniera efficace, non per niente adesso sono professore anch’io.
Ma torniamo alla canzone: a questo punto entra nella vicenda un’altra donna di nome Irene, altro nome affascinante di cinque lettere, tre sillabe e l’accento su quella centrale; comincia per vocale anch’esso (come il titolo) ed è, come il precedente, uno dei pochi nomi femminili che non ha la desinenza in -A. Nel terzo verso troveremo una terza donna sul cui nome disquisirò metricamente al momento opportuno.
“Irene è al quarto piano, lì tranquilla… si guarda nello specchio… accende un’altra sigaretta”. Per inciso, nello stesso disco vi è un’altra canzone, intitolata appunto col suo nome, in cui (come scrive un critico musicale), sapremo cosa stava progettando di fare lì, dal quarto piano… però il sottoscritto non aveva, al momento del primo ascolto, iniziato ancora il suo studio approfondito della canzone d’autore attraverso l’ascolto critico di intere discografie.
Entra in gioco Lilì Marlène
A questo punto entra in gioco la terza donna, cioè Lilì Marlène: anche questo è un nome particolare poiché viene detto anche il cognome, ed è una donna famosa. In questa canzone (sempre secondo lo stesso critico) va tutto per ipotesi. Nel caso di Lilì Marlène potrebbe trattarsi di: 1) la vera Lilì Marlène, protagonista di una celebre canzone dei tempi di guerra; 2) un suo ritratto (o foto) sul comodino della stanza al quarto piano; 3) una donna a cui è stato dato quel soprannome (potrebbe essere la stessa Irene… o Alice: si va sempre per ipotesi) 4) il ritratto di una donna a cui è stato dato il soprannome di Lilì Marlène. Va beh, a me interessa (in questa sede) tutt’altro: Lilì è un nome breve, di quattro lettere, forse l’unico di tale lunghezza a non avere la desinenza in -A e soprattutto ha l’accento sulla seconda sillaba anziché sulla prima, per cui nella canzone ha (forse… anche io vado per ipotesi) bisogno di accorgimenti metrici supplementari.
Ed ecco, allora, che viene aggiunto il cognome: in realtà “Marlène” è stato in seguito utilizzato, in ambito musicale, più volte: basti ricordare il gruppo MARLENE KUNTZ (io però non conosco ancora il tedesco, quindi la seconda parola non la traduco (!!!) ) e, soprattutto, una meravigliosa canzone di Enrico Nascimbeni del 1983 che si intitola appunto “Marlène” e ha, per il sottoscritto, altri notevoli ricordi personali di cui ho scritto altrove… infatti adesso mi concentro sulla metrica del nome: “Marlène” ha sette lettere, senza desinenza in -A, tre sillabe e l’accento su quella centrale, dunque perfettamente in regola metrica per stare in una canzone (senza ovviamente togliere nulla agli altri nomi). Questo tipo di nome mi affascina particolarmente sia per tale motivo e sia perché la maggior parte delle donne di cui mi ricordo per motivi particolari ha dei nomi con queste particolarità metriche (eccetto la desinenza in -A), compresa (sto scrivendo in italiano, non in spagnolo… niente scherzi !) colei per la quale ho smesso recentemente di soffrire poiché ho scoperto che è già impegnata (e beh… ci sta anche questo, ovviamente senza rancore per nessuno).
Cosa fa Lilì Marlène nella canzone?
“… bella più che mai / sorride e non ti dice la sua età” e qui aggiungo uno spunto personale: credo che proprio da questa frase io abbia imparato la cortesia di non chiedere l’età alle donne: mi limito a chiedere loro l’anno di nascita e poi mi “costruisco” lunghi film mentali e culturali che coinvolgono sempre e comunque la canzone d’autore (e alcuni sono entrati anche nella mia letteratura).
Altro spunto personale: al momento del primo ascolto io compresi erroneamente (e fu solo il primo di questo genere di errori): “… ed in rima a lei…” in luogo di “è Lilì Marlène” e ciò conferma che, pur non avendone ancora le conoscenze adeguate, si affacciavano alla mia mente alcune nozioni di questa metrica con la quale forse sto un po’ scartavetrando i “cosiddetti” a qualche lettore (però ci sta).
Nella canzone troviamo altre due figure femminili: “…la sposa (che) aspetta un figlio…” e anche questa è una cosa che, all’epoca, mi pareva strana, poiché ero convinto che una donna non potesse rimanere incinta prima del matrimonio: qualche anno dopo, studiando alcuni argomenti di scienze in terza media, appresi che avevo torto… e sì che nella compilation “al femminile” vi era anche una canzone di Antonello Venditti che racconta una storia che, in qualche modo, me lo avrebbe potuto insegnare già allora. Concentrandomi sul ritornello, questo è il testo che compresi al primo ascolto:
…ma io non ci sto più / VI DO’ lo sposo e poi / tutti pensarono dietro i CAPELLI / lo sposo è impazzito oppure HA VEDUTO / CHE la sposa aspetta un figlio e lui lo sa / non è così ! /E SE NE VA…
La mia comprensione del testo era essenzialmente che il cantante è arrabbiato (non si sa per quale motivo, anche qui si va per ipotesi) e chiama lo sposo che, dietro i capelli (della sposa ?!?) ha visto che la futura moglie è visibilmente incinta, ma non se ne vuole convincere, non vuole più sposarsi e quindi SE NE VA. Poi, nella seconda strofa troviamo l’ “amore Ballerina” che “Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore…” e dopo essersi “bagna(to)” ancora un po’ (RIBADISCO che avevo solo dieci anni al primo ascolto, quindi niente interpretazioni torbidamente ambigue, ché certi argomenti non li conoscevo), decide che “… INTANTO A mezzanotte se ne va…”.
Il programma scolastico di italiano in quarta elementare non prevede (ancora) la letteratura del Novecento né le sue influenze straniere, quindi il sottoscritto non poteva certo sapere che quel “Cesare” fosse Pavese, che conobbe una ballerina americana (di cui ancora Enrico Nascimbeni ha cantato una rima molto perspicace a tal proposito… ma è argomento di altra sede) e l’unico “Cesare” che potevo collegare culturalmente era Giulio Cesare (che avevo invece studiato in storia in terza elementare).
Approfondendo ulteriormente la critica musicale su questa canzone, ho scoperto che Pavese, in tale occasione, si sarebbe beccato una pleurite assurda… va beh, i discorsi medici su patologie respiratorie forse è meglio metterli da parte, soprattutto in questo periodo… Farò giusto un collegamento a chiusura di questo lungo post: nella terza strofa il mio primo ascolto mi rese questa comprensione “… il MEDI CANTA ARABO ha qualcosa nel cappello…” e la conseguente interpretazione di un medico con un cappello che cantava in arabo, mentre invece “…il mendicante arabo…” è un personaggio del tutto diverso.


